Quale Pasqua?

Due parole in questi giorni bucano gli schermi, le conversazioni digitali e forse anche i brutti sogni che ostacolano le nostre notti: pandemia e confinamento.

Tutti i discorsi – sanitari, politici, ecclesiali – si alternano per spiegare, probabilmente giustamente, che non può esserci via d’uscita da questa crisi sanitaria globale senza una drastica limitazione della nostra vita sociale.
Privazione quindi di relazioni essenziali che mettono in luce le carenze dell’essere umano, animale sociale più di ogni altro?
Quali conseguenze in questa Settimana Santa per i cristiani che sono chiamati a vivere lontano dalla presenza reale del fratello e dell’Eucaristia?

Il confinamento mette a dura prova anche la cura pastorale della solidarietà sociale.
La “distanza sociale” diminuisce o addirittura impedisce i contatti personali e le riunioni comunitarie. Ma si persevera. 

Vogliamo essere “solidali”! Solidali con i malati, con le famiglie colpite, con il mondo sofferente. Solidali, anche quando tutti i contatti sociali sono impediti, come oggi. Solidarietà, contro ogni previsione, a distanza. Solidali, anche se la solidarietà è impossibile, se non come discorso. 

Il confinamento mina anche il lavoro pastorale di “solidarietà teologica” (comunione eucaristica). Anche qui vogliamo mostrare solidarietà. 

La solidarietà si alimenta della comunione “di desiderio”, che alimenta a distanza le messe… messe in linea sui siti delle nostre Chiese.
Solidali doppiamente, con coloro che non possono comunicare ordinariamente, e solidali con i sacerdoti che, comunicano quotidianamente, in celebrazioni senza comunità, se non virtuali.

Il confinamento funziona qui come un doppio rivelatore.
Di fronte all’impossibilità di qualsiasi prossimità, impone alle due posture pastorali, che caratterizzano il cattolicesimo contemporaneo – solidarietà sociale qui, solidarietà teologica là – di ripensare il loro agire se si vuole sfuggire, nella migliore delle ipotesi, al ridicolo, e nel peggiore al sospetto di aver trasformato la fede in ideologia.
Perché, infine, e per limitarci ai sacramenti, che richiedono tanto una presenza “reale” quanto la solidarietà sociale, cosa produce il ricorso pastorale alla messa a distanza? Sotto il pretesto di celebrare i sacramenti, e ad ogni costo, è meno il Signore che una forma di clericalismo che appare sui nostri schermi. Si coltiva meno la “comunione di desiderio” che il sentimento di mancanza, accentuato ulteriormente dal “voyeurismo” al quale non può sfuggire una celebrazione così oggettivata.
Qui, il sacramento diventa fine a se stesso. 
Purché i sacramenti siano celebrati e l’istituzione abbia la sensazione di esistere se non nella società reale, indifferente, almeno sulle reti sociali! 

Ciò che vorrei sottolineare qui è soprattutto la discrepanza che questo intento pastorale mostra in relazione al Magistero della Chiesa. E prima di tutto in relazione alla natura dei sacramenti (qui l’Eucaristia). 

Per chi ha dato la vita Cristo?
Per l’istituzione? Per la Chiesa?
Il sacramento è fine a se stesso come se si potesse celebrare l’Eucaristia per l’Eucaristia?
L’uomo per il sabato o il sabato per l’uomo?
L’uomo non è stato fatto per i sacramenti! Cristo è venuto per gli uomini: per i suoi discepoli, per noi.
Per entrare in comunione con noi – sì, per essere solidale, “Dio con noi”: questo è il suo nome.
Possiamo immaginare, come mostra un’immagine che circola sulla rete, un’Ultima Cena senza gli apostoli, senza quelli che Cristo chiama “suoi amici”?
Chi ascolterebbe le sue ultime parole, chi riceverebbe il suo Corpo e il suo Sangue, il Dono di se stesso per ciascuno di quelli che lo seguono?
Cosa fa, cosa significa celebrare a distanza, se non far mentire due volte il Nome di Dio?
Una prima volta, perché consiste in una celebrazione a porte chiuse, senza la comunità. Senza segno di comunione.
Una seconda volta, perché è su uno schermo – su uno schermo –, cioè su ciò che per definizione s’interpone, nasconde, e talvolta offende; in breve: “fa schermo” a coloro cui si rivolge.

Ciò che questa opzione pastorale evidenzia è il limite del sacramentalismo che caratterizza il discorso teologico sui “misteri” e la loro celebrazione.
Il Vaticano II ha riequilibrato la teologia sacramentale ristabilendo il diritto di comprendere l’Eucaristia come “cibo”; distinguendo tra Sacrificio e Sacramento, consente di articolare nuovamente il Sacrificio unico di Cristo sulla Croce – non ripetibile – con la donazione senza riserve della vita di Cristo nel Ringraziamento che costituisce le nostre celebrazioni.
In altre parole: riceviamo, celebriamo ciò che ci è già stato dato, in virtù del battesimo. Questo è il motivo per cui, con la partecipazione attiva di tutta la comunità, oggi è richiesta la comunione eucaristica, mentre in precedenza la partecipazione alla messa, o una comunione di desiderio, poteva prendere il posto della comunione. 

Cosa fanno le celebrazioni a distanza? Reintroducono un sacramentalismo astratto (“comunione di desiderio”) insieme al clericalismo che si ripresenta come “sistema”.

Soprattutto, si ignora il cantiere pastorale aperto da papa Francesco sulla scia del Vaticano II, in particolare la sinodalità.
Su cosa si basa la sinodalità come vita della Chiesa? Sulla comunità, sul Popolo di Dio o sul Popolo santo dei battezzati, fedeli e pastori, secondo la grazia propria, ma senza differenze di dignità e di santità.
Il battesimo abilita i fedeli ad essere attori nella vita della Chiesa, conferisce loro il sacerdozio battesimale, conferisce loro il “senso della fede”. Costantemente, e sempre più, dall’inizio del suo pontificato, il Papa ricorda che la riforma della Chiesa passerà attraverso questa conversione sinodale. Questa conversione richiede diverse conquiste, tra le quali, e non ultima in quanto comporta la necessità di ripensare i carismi e istituire i ministeri, un’uscita dal “sacramentalismo” astratto che caratterizza il clericalismo, come altrove un’uscita dalla “metafisica” e dal suo concettualismo.

In queste condizioni, piuttosto che mantenere i battezzati a distanza, e quindi mantenere una rappresentazione obsoleta della Chiesa, con la sua bipartizione, perché non approfittare del confinamento per affidare l’Eucaristia ai fedeli battezzati, alle famiglie che lo desiderano?
Perché non approfittare di questo confinamento per responsabilizzare i battezzati piuttosto che mantenerli in questa posizione passiva nei confronti dei pastori e di un pensiero pastorale pensato da, e, in ultima analisi, per, i pastori?
Un po’ di coerenza: non possiamo, da un lato, cantare le lodi del Popolo di Dio, tessere le lodi della dignità dei battezzati, difendere a voce alta la bellezza della famiglia, cristiana o no, e allo stesso tempo rifiutare che le case dei cristiani possano diventare piccole, autentiche chiese domestiche. Immaginiamo il “peso di grazia” che ciò costituirebbe per le molteplici famiglie, che accogliendo l’Eucaristia troverebbero la loro forza nella violenza della prova e diventerebbero altrettanti tabernacoli nel cuore del mondo, dei quartieri, delle campagne e non più nella solitudine di una chiesa chiusa a chiave!

Non possiamo, pena l’incoerenza, confessare che il Dio cristiano ha per nome “Dio con noi” (“Emmanuele”) e rifiutare che questo Dio “per noi”, da sempre e per sempre, rimanga concretamente con il suo popolo – con tutto il suo popolo.
Una nozione sana dei sacramenti non solo non vieta, ma implica la possibilità di raccogliere questa “manna” del Signore nelle famiglie cristiane: in condizioni da definire, ovviamente, ma qui sto parlando del principio di fondo.

E infine: un po’ di realismo!
Cosa rimane dell’istituzione? Cosa rimarrà dei nostri piani pastorali, delle nostre reti territoriali, ereditate da una configurazione ecclesiale e sociale oggi scomparsa?
Forse qui, converrebbe far convergere l’insistenza di Benedetto XVI sulla comunità monastica come paradigma della Chiesa, con quella di Francesco sulla sinodalità come paradigma della Chiesa, della sua vita e della sua azione.

La Pasqua si avvicina. Dio vuole essere con noi.
Come attraverso la tomba, possa la sua risurrezione attraversare tutti gli schermi! 

Laddove il confinamento non è totale, apriamo le nostre porte: le porte delle nostre case, a Colui che rimane solo nei tabernacoli, a Colui che non si vuole e non ha mai voluto essere senza noi. Senza la sua comunità. Senza i suoi fratelli e le sue sorelle.

E, preti, usciamo a nostra volta: dalle cappelle, dai nostri schemi e nostri schermi.
Portiamo l’Eucaristia alle famiglie e alle case, in modo che il Signore non sia solo; in modo che a Pasqua possiamo dire in verità che “la sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore del virus, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!» (cfr Gv 20, 19).

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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