“Ce la possiamo fare”

“Non rivedremo più il mondo che abbiamo lasciato” ha sostituito “Andrà tutto bene”.
Per prendere le distanze dalla retorica del “mondo di ieri”, slogan per slogan, preferisco “Ce la possiamo fare”.
La pertinenza dell’affermazione “niente sarà più come prima” alla condizione attuale dell’ecosistema terra è dubbia.
Nell’intero sistema alcuni effetti circolari impediscono di misurare oggettivamente ciò che persiste e aumenta con il favore della crisi: il facile consenso alla privazione delle libertà. Le stesse, conquistate attraverso una lunga storia e l’impegno, se non addirittura il sacrificio, di molti.
È evidente che la nostra esperienza collettiva del mondo non sarà la stessa, perché si trasforma ad ogni crisi che segna la coscienza e la memoria comune.
Creare uno slogan che non sia evanescente propaganda da cestinare significa prendersi prima la briga di dare un nome adeguato a quello che ci sta accadendo.

Alcuni sostengono che si è eliminato un tabù accettando collettivamente che molti morissero nella solitudine per evitare i contagi.
Non c’era bisogno del Covid19 per scoprirci mortali, ma qualcuno si è reso conto della precarietà dell’esistenza solo in questa circostanza.
D’altro canto, l’epidemia ha messo a nudo l’incontestabilità solo apparente di quello che sembrava un postulato incontestabile: ogni vita umana merita di essere salvata.
Allora è necessario dire anche che questo postulato non è mai stato condiviso dall’intero sistema mondiale, neanche prima dell’ultima emergenza sanitaria; ce ne accorgiamo solo ora, perché l’epidemia ha coinvolto tutti, anche il cosiddetto “primo mondo”: in Cina, in Germania, in Italia, in Francia, in Spagna, in Gran Bretagna, negli Stati Uniti…e non solo i Paesi più poveri, come solitamente avviene.
Quindi di quale tabù stiamo parlando?

Abbiamo visto militari in azione presidiare ospedali e portare via i morti, personale sanitario reclutato d’urgenza, mentre la chiesa non ha mai ufficialmente richiamato i suoi presbiteri, su base volontaria, perché andassero negli ospedali ad assistere gli infermi.
Ha reclamato l’apertura delle chiese, perché i fedeli potessero andarvi, si è discusso di eucaristia e di confessioni, di battesimi e di cresime, ma nessuno che abbia mai detto chiaramente che c’è un momento della vita di tutti – e non è necessariamente quello della morte – durante il quale un credente ha il pieno diritto ad avere accanto, oltre ai medici e agli infermieri, anche un prete: i sacramenti sono 7si tace, forse per pudore, l’unzione degli infermi.
Naturalmente non tutti i religiosi si sono comportati come don Abbondio; molti, centrati sul vangelo, si sono distinti per coraggio e impegno.
Parliamo ora del “confinamento”.
Molti di noi hanno tollerato il confinamento, credo, esclusivamente per tutelare altri, non certo per una vocazione alla sudditanza; non è stato un confinamento per stare sul divano, ma vissuto come cura della casa, fisica e del cuore; per studiare di più, per capire cosa ci stava accadendo, per curare chi ci stava vicino, per pensare e vivere. Per questo reclamiamo una nuova fase dell’intero sistema, che permetta a ciascuno di comprendere le stupidaggini credute vere fino ad oggi, mentre vere non erano, di guardarsi dentro per capire dove siamo già morti e senza possibilità di risurrezione e, soprattutto di ritornare a vivere per amore di noi stessi e degli altri. Perché l’amore ha due facce, una diretta all’interno ed una all’esterno: non si manifesta mai se non con tutte e due.

Parliamo di trasformazioni urgenti per una società nella quale potremo dire “Ce la possiamo fare” con autenticità.
L’epidemia ha messo a nudo i bisogni fondamentali: ha mostrato l’importanza di non depauperare il settore pubblico della sanità e il settore pubblico dell’educazione scolastica e universitaria.
Speriamo di aver capito tutti che i budget per questi settori devono essere protetti, incrementati e sostenuti.
Inoltre, mi domando, si sarà compreso veramente che l’idea del reddito universale non è etica del “fannullismo”? Chi la sostiene in buona fede pensa che ognuno debba poter avere gli strumenti per vivere e fare quello che può, collaborando al bene generalenon si tratta di assistenzialismo, si tratta di capire che non può semplicemente essere il mercato a determinare il progresso umano; al massimo, il mercato, lasciato libero, promuoverà una nuova legge della junglaSe uno ha “di più”, tanto di più che una vita non basta per “spendere tutto”, non è perché è più bravo ma perché altri vengono destinati ad avere di meno.
Assistenzialismo è generare parassiti, rendite permanenti, privilegi non negoziabili per principio, a danno di altri, costretti al caporalato, allo sfruttamento, al lavoro nero, al lavoro minorile e a vivere senza un tetto sulla testa.
Mentre corriamo il rischio di abituarci agli avvisi sanitari che richiederanno sorveglianza e una forza di polizia alimentata da denunce e da reclami, corriamo il rischio ancora più forte di non cogliere l’urgenza di progettare i modi e i tempi della trasformazione della nostra civiltà in un ecosistema migliore nel quale – per necessità – salute, giustizia sociale e partecipazione politica saranno inscindibili.

E la chiesa? Ovvero la formazione alla fede e alla partecipazione sociale all’interno e all’esterno delle istituzioni religiose? Quali sono i collegamenti debiti con la politica? Quali quelli indebiti? La chiesa che istituisce cappellani e vescovi per tutte le forze armate e per seguirli in tutte le operazioni militari in capo al mondo, che ha pure cappellani e vescovi fra gli operatori sanitari, perché in alcuni casi non ha ritenuto di dover ascoltare troppo papa Francesco e ha continuato a mostrarsi solo dietro uno schermo, in posture sempre uguali sul web?
Che cos’è il sesto continente da abitare? Quello della presenza reale nella vita già eterna da qui sulla terra, o l’etere impalpabile della trasmissione dei dati informatizzati? Si possono separare questi due aspetti dell’umano e viverne uno solo? Dove abbiamo toccato il Cristo in questo periodo?
Il vangelo è l’unico “dato” non negoziabile e bisogna tornare a leggerlo ad ogni istante con occhi nuovi. C’è bisogno, forse prima che di lectio divina, d’imparare a leggere come bambini in prima elementare: catechismo per religiosi e per i laici
.

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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