Deus ex machina

Nell’attraversare indenni il tempo di emergenza sanitaria, i più hanno agito in base alla logica della resilienza: provare a far “funzionare” la vita ordinaria, nonostante tutte le restrizioni straordinarie.
Abbiamo assistito, come più volte ho rilevato altrove, ad una crescita esponenziale della comunicazione via internet e la rete ha mostrato sempre di più il suo spettacolare potenziale da grande macchina teatrale.
Attraverso la necessità di “funzionare” a tutti i costi adoperando la rete, si sono fatte strada soluzioni nuove, che mettono in evidenza la capacità tutta umana di risolvere problemi, spesso con il supporto di passioni individuali per le nuove tecnologie.
Come prete missionario sono motivato ad analizzare però quale immagine di Chiesa cattolica presente venga veicolata dal web e se quest’immagine corrisponda alla logica del Vangelo.
Le abilità tecnologiche dei singoli hanno trovato aggancio nel continuo perfezionamento delle piattaforme digitali quali Zoom, YouTube, Skype, Facebook, tanto per citare solo le più note.
Uno degli innegabili risultati è stato però l’effetto “ridondanza”. Non è bastato il collegamento con le Messe in diretta del Santo Padre, i reportage dei siti connessi al Vaticano e l’impegno in diretta “live” dei parroci; si sono moltiplicate liturgie eucaristiche, adorazioni, preghiere, rosari e gruppi di catechesi e catechismo, semplici lezioni su YouTube e riunioni online.
L’abbondanza ridondante è fiorita ovunque.

L’uso di cotanta tecnica mi ha fatto pensare a quella macchina teatrale, che veniva usata nella tragedia greca, il deus ex machina: uno strabiliante macchinario che scendeva dall’alto, trasportando la divinità, risolutrice miracolosa di problemi umani tremendi e ingarbugliatissimi.
Non posso fare a meno di ripensare con un sorriso a questa sublime trovata dei tragediografi greci, quando vedo taluni spettacolarizzare troppo se stessi e la propria appartenenza religiosa attraverso il web.
Così mi domando: e se appartenesse alla libertà graziosa del “Deus” il muoversi senza “machina”, così come tutto fa fortemente sospettare leggendo i Vangeli?
Come faremo a comunicare con Lui, in queste condizioni?


Qualcuno ha accusato la Chiesa Cattolica presente di “stemperare il fatto salvifico”, ponendo in secondo piano i valori assoluti del vero, del bello, del buono e la trascendenza. Del fatto salvifico si omette però di citare una componente non secondaria: la parusia; sì, perché al fatto salvifico appartengono intrinsecamente e inscindibilmente non soltanto la crocifissione e la risurrezione, ma anche la promessa del ritorno del Cristo negli ultimi tempi…
Ora, il ritorno del Cristo non è un evento organizzato sul web, e nemmeno sarà, presumibilmente, la discesa nel teatro degli uomini, tramite macchinari calati dall’alto come nella tragedia greca.
Sappiamo già cosa dice il Cristo al suo ritorno: “Io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.” (Mt 25,35-40).

Forse che il cristianesimo, dimentico di queste parole, sta continuando, a modo suo, il modello dell’Impero Romano, costruito come società d’impresa attraverso la dominazione, la ricchezza e la tecnica?
Non lo so, però ora è evidente che il cristianesimo (la “ditta Gesù Cristo”, come l’aveva ribattezzata ferocemente Kierkegaard) è già, almeno nell’occidente scristianizzato, espropriato della sua dominazione – la “cura collettiva” dell’epidemia è definitivamente passata dai sacerdoti agli epidemiologi e al corpo medico – ed espropriato della sua ricchezza – l’epidemia non fa affari con l’obolo della Chiesa.
Quindi, resta solo la tecnica.
Il confinamento ha costretto i chierici ad una sorta di cassa integrazione (disoccupazione tecnica) insopportabile? Pazienza: anche la Chiesa ha trovato, grazie agli artifici della tecnica, i mezzi per garantire una manutenzione e un funzionamento impeccabili e senza interruzione; ha dunque ostinatamente evitato di vivere quel tempus clausum offerto al silenzio, alla pazienza, alla riflessione, alla preghiera, che non può essere abrogato o abbreviato; invece di approfittare di uno spazio di ascesi, la chiesa si è filmata, fotografata, registrata e ha restituito la sua immagine – cosa molto interessante – senza trucco: bianca, maschile e sacerdotale.
Questo ha fatto dire a molti che la Chiesa appare come “lo spirito di un mondo senza spirito”…e non sarà certo colpa di Carlo Marx…!

Allora forse dobbiamo imparare a vivere un cristianesimo senza macchinari e imparare nuovamente a sillabare i cosiddetti valori relativi, conseguenti alla fede nel Cristo: la solidarietà, la pace, la terra, il dialogo.
In nome del vangelo. Nel nome del Dio vivente. Senza confondere la grazia con la tecnica che la rappresenta, nel tentativo di colonizzare il reale, magari spruzzando acqua santa sui tetti dall’elicottero, o, più modestamente, dall’ape-car, moderno deus ex machina a portata di parrocchie più povere.

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

One thought on “Deus ex machina

  1. Diciamo che la Chiesa (istituzione) ha perso un’occasione, non ha colto e vissuto un Kairos, per ripensarsi e vivere più a fondo la sua missione. Oltre le solite logiche non va.
    Grazie per questa riflessione!

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