Perdita

In questo periodo di progressivo deconfinamento mi chiedo cosa riusciamo a scorgere della nuova fase che stiamo attraversando.
È possibile parlarne già?
Provo a fare il punto della situazione dalla mia personale prospettiva e mi sembra di vedere che l’universo indifferente e arrogante della globalizzazione sia divenuto un mondo incerto, attraversato dal tragico dell’esistenza; le sue mille sfaccettature si riflettono nella mente e nella vita quotidiana di ciascuno.
Come inquadrare questo fenomeno, che ha posto fine alla consueta accelerazione della produzione (e dei viaggi), e ci obbliga a fare i conti con l’imprevisto? E, soprattutto, come fronteggiarlo?

Qualcosa ha subito una battuta d’arresto: la rotta sistemica, il suo ritmo, forse anche le convinzioni in base alle quali era stata programmata.
Quello che ha fatto danno durante il periodo più duro dell’epidemia – e continua a farlo ovunque nel mondo – è un fenomeno che mette sotto scacco il sapere e le conoscenze di una società che si sentiva globalmente al sicuro sotto l’egida del metodo scientifico, delle nuove tecnologie e di comportamenti più agili e moderni da mettere in atto nella vita quotidiana. La nostra società globalizzata ha perso la certezza di esercitare il controllo sul proprio andamento; ha scoperto di essersi radicata su un’illusione di quasi-onnipotenza.
Ciascuno si è ritrovato messo in questione, con dei dubbi e una domanda: ci sarà qualcuno, almeno uno, un altro, che sappia cosa fare e come risolvere?
Molti, forse per la prima volta, hanno toccato con mano l’impossibilità di affidarsi ad un sapere già noto o ad esperienze già vissute, per trovare soluzioni. Quasi tutti hanno attinto a loro stessi nuovi modi per cavarsela.
Questo ha messo in luce due componenti di questa “fase 2”: da un lato, il potere del sogno (e dell’incubo), dall’altro la forza del desiderio; il confronto con il “punto di arresto”, con la sospensione obbligatoria dei modi di procedere consueti, ha spinto molti ad interrogarsi sui propri “veri” desideri.

Sul versante personale, la pandemia ha reso tutti (o quasi) “uguali”, tutti partecipi di una situazione comune, le cui onde si sono infrante sui corpi, costringendo ciascuno ad affrontare un tipo di solitudine nuova; il confinamento per ragioni sanitarie – scelta forzata – ha dato origine all’ansia di essere ridotti ad un corpo, in cui accadono cose che si ignorano.
Essere solo un corpo che fa parte di una popolazione di corpi “a rischio Covid” significa sperimentare la scomparsa della soggettività.
Come attestare il proprio “io”, la propria soggettività, in un momento in cui improvvisamente ci si trova ad essere considerati solo “popolazione”, “numeri”, “casi”, “particelle statistiche”?
Forse attraverso sogni o incubi, in tempo di isolamento, per qualcuno un sentiero ha potuto aprirsi verso un’immagine di “io” diversa, animata da qualcosa di noto – prima – solo in modo parziale. Qualcuno ha forse trovato uno spazio per continuare a “respirare” … anche con la mascherina. Una fuga? Un fuggire altrove, ancora e in altri luoghi? Forse verso i paesaggi dell’infanzia, verso il ricongiungimento con un essere perduto o lontano, verso terre lontane come nei sogni di viaggio? Può essere. Forse perché “l’inconscio” ha provato a de-confinarsi da solo, senza attendere l’autorizzazione dall’esterno.
Ma allora, si potrebbe dire, questa crisi ha re-insegnato il misterioso valore dei sogni!
Un valore doppio, però, come avesse un più o un meno davanti alla maniera dell’algebra: da una parte è possibilità fantastica di sfuggire alle onnipresenti e frustranti influenze degli altri, ma dall’altra anche fabbrica di simboli capaci di additare una direzione personale possibile, di maggiore apertura e libertà. Del resto, è chiaro che non siamo mai solo membri di una popolazione di corpi, ma soggetti molto differenti l’uno dall’altro, animati da un desiderio indistruttibile.

Così arriviamo alla seconda componente del vivere la “fase 2”: quella del desiderio indistruttibile.
Questo desiderio, del quale ciascuno s’incarica di trovare l’origine a livello personale, a livello collettivo, di società globalizzata, si confronta con l’arresto forzato dell’esigenza o apparente necessità di accelerazione continua, massima efficienza e aumento della produttività.
Tutto si è bloccato per tutti e nello stesso tempo.
Questo “per tutti e nello stesso tempo” conta molto, perché è proprio la competizione continua con la “produttività” dell’altro, che mantiene gli individui in uno stato di sottomissione a quello che potremmo chiamare un “Super-io produttivista”.
In questo senso la battuta d’arresto è stata imposta, imprevedibilmente, alla logica economica di tipo capitalista che governa l’intero sistema, persino quello della produzione delle idee. Questa logica strapazza il soggetto, considerando le sue personali aspirazioni come secondarie rispetto alla logica sistemica della produttività; da qui deriva il comune ideale del successo personale: efficienza, produttività, denaro per essere qualcuno, per “contare” qualcosa, per non “perdere”, per non essere dei “perdenti”.
In qualche modo la mania della produttività a tutti i costi, come Lacan ci ha ben illustrato, è una sorta di risposta economica all’esperienza intima della perdita.
Lacan dava il nome di “godimento” all’esigenza stringente di fare sempre di più, perché fare di più in direzione di questo tipo di “successo” è la risposta dell’intera società capitalista alla percezione dell’indistruttibile desiderio di godere di più. L’illusione – ora tragicamente dimostrata – di poter percorrere un simile sentiero ad oltranza, sembra essere in procinto di crollare.
Comincia ad essere evidente che questo meccanismo, al contrario di quanto promette, nella realtà dei fatti ingaggia l’energia vitale dei singoli e, se condotto fino in fondo, determina nel soggetto proprio la perdita che intendeva colmare: si perde la vita, si prosciuga l’energia vitale.
Varrebbe la pena di chiedersi se l’aumento della depressione, degli attacchi di panico e dei disturbi alimentari nella nostra società non sia da correlarsi ad un simile stato di cose.

Ora il Coronavirus ha prodotto un effetto paradossale: ha autorizzato i singoli ad una sosta nella corsa folle verso la produttività, e messo sotto scacco la società capitalista, esponendo tutti ad una perdita, non solo di affetti cari in termini di vite umane, ma dell’attività lavorativa e dunque del godimento.
Ora sorge il vero problema: come ci si confronta con questa perdita, sia individualmente che collettivamente?
La psicoanalisi attribuisce un valore alla perdita, la considera una quasi-necessità per incontrare il proprio desiderio, mentre la logica economica invita a negarla.
Da una prospettiva cristiana bisognerebbe invece forse farle spazio, guardarla, interrogarla e provare a capire se sia qualcosa da colmare necessariamente.
L’instaurarsi di un simile modo di confrontarsi con la perdita ci riconnette in ogni caso con il nostro, proprio, desiderio indistruttibile, quello che è in noi fin dalla nostra infanzia, e che risulta molto spesso spostato su qualcos’altro fino al momento in cui siamo in grado di dargli il suo vero nome.
Guardare con altri occhi dentro noi stessi può anche liberarci da una vera e propria forma di alienazione: la folle corsa verso un illusorio godimento aumentato.
Dare valore alla perdita libera da un sistema che non la prende in considerazione se non come catastrofe da rimuovere, negare, reprimere o ribaltare con qualsiasi mezzo.
Oggi, l’intima assunzione della perdita in quelle persone che sono capaci di vederla, potrebbe avere un impatto politico e trasformare o cambiare del tutto le prospettive personali su ciò a cui si può dire di sì e ciò a cui si può dire di no. Forse qualcuno avrà idee più chiare nell’acconsentire a qualcosa o nel permettersi di rifiutarla, senza l’ostacolo di sentirsi un “perdente”.
In questo senso, l’esperienza del tempo del Covid, che tutti viviamo e che ognuno attraversa a proprio modo, può avere gli effetti di un risveglio.

Quando mi perdo nella mia corsa quotidiana, cosa seguo o inseguo sostanzialmente?
Percepire che la perdita di una quota di “godimento”, libera dall’obbligo di “godere” di più può essere un percorso verso la riconquista della propria soggettività, liberata da catene troppo pesanti?

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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